Una Parola per le Periferie esistenziali

by Mauro 9. marzo 2014 12:00

           Quest’oggi avrò modo di condividere, all’interno della Assemblea missionaria diocesana di Treviso, una riflessione sul significato della chiamata di Papa Francesco il quale chiede alla Chiesa di venire fuori dalle sagrestie per abitare le periferie. Così ebbe ad esprimersi durante una delle riunioni generali che hanno preceduto il Conclave che lo ha riconosciuto quale Vescovo di Roma: "La Chiesa è chiamata a uscire da se stessa e dirigersi verso le periferie, non solo quelle geografiche ma anche quelle esistenziali… Quando la Chiesa non esce da se stessa per evangelizzare diviene autoreferenziale e si ammala".
           Bergoglio chiama la Comunità dei credenti a vivere pienamente l’esperienza di fede, cioè ad esprimerla con il dono della vita e non attraverso il possesso delle cose di Dio.
            Non mi soffermo ora sulla distinzione tra possesso e custodia del Dono ricevuto, certo è che il punto di partenza è la personale relazione con Dio. LEvangelizzazione, quale servizio alla Parola, abbisogna di rivendicare costantemente il primato di Dio su ogni cosa, altrimenti l’andare verso l’altro diventa mero scuotimento dell’Ego (ad esempio suggestionare con il sorriso ed il buonismo), agitazione del cuore oltre che affanno per le opere, ma non seme che rinnova l’esistenza di una persona.
             Come si arriva ad abitare le periferie? Partendo dal trovare dimora in Dio, altrimenti si cercherà un posto nell’altro o nell’attività di turno, la stessa che viene spacciata per Missione.
               L’esperienza condivisa con la fraternità dei Missionari di strada dal 2004 ad oggi inizia in modo molto semplice attraverso la scoperta ed il nutrimento del proprio rapporto con Dio. Riconoscere la sua paternità è l'inzio dell'Evangelizzazione, equivale a scoprirsi con uno sguardo nuovo, quello delle tenerezza e della misericordia propria di Dio. È allora che matura l’esigenza di “un di più”, di non bastare a se stessi e di volere esprimere il dono ricevuto quale riconoscimento che non appartiene a se stessi, ma resta dono.
              Un primo aspetto caratteristico della Missione ci viene descritto da Lc 12, 35 – 48: è l’atteggiamento di vigilanza proprio dell’uomo che si ritiene in cammino e pertanto in attesa del Dio “che bussa”. Chi è in cammino è in ascolto, invece quando crediamo di avere già le risposte ecco che cadiamo nel giudizio e nella mormorazione, siamo talmente pieni di noi stessi da non avere più spazio per l’altro. È l’atteggiamento di chi si crede padrone delle cose/vita (propria ed altrui) e non più servo. Il fatto che il padrone possa giungere “nel mezzo della notte” significa che non ci si sente disturbati dalla sua presenza perché acquietati nelle proprie certezze (attività, successi, conquiste, fama) e quindi non disponibili a destarsi.
           Gesù in questo racconto rivolge ai suoi una domanda precisa: “Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo?”.
            Il servo è chiamato a distribuire una razione adeguata, un cibo opportuno. C’è una chiamata a distribuire la razione necessaria, la Parola donata va commisurata perché non a tutti fa bene la stessa porzione, potrebbe essere eccessiva o troppo poca! L’amministratore si prende cura dell’altro, è provvidente nel senso che previene ai suoi bisogni e questo è possibile perché fedele e quindi saggio. Chi è fedele, cioè in relazione con Dio, riesce ad essere saggio cioè capace di distribuire ciò che all’altro necessita, in quanto ne riconosce il bisogno.
            Rispettare l’altro nella sua complessità equivale ad acquisire una capacità di ascolto che è dono di Dio. Da soli altrimenti andremmo a possedere l’altro, farne oggetto della nostra gratificazione e del nostro elevarci al di sopra. Servo è il “minore” così come lo ha inteso S. Francesco, colui che fa spazio all’altro riconoscendone il diritto all’esistenza, al nutrimento appunto.
            Il rapporto con il Padre è questione di cibo, il rapporto con l’altro è, allo stesso modo, questione di cibo: o lo sfamiamo servendo la Parola oppure lo sbraniamolo asservendolo a noi. L’esperienza di Evangelizzazione piuttosto è autentica se connotata dalla gratitudine (verso il Padre) e dalla gratuità (verso i fratelli).
            Pensando alla Parola della liturgia di questa Domenica cogliamo quante resistenze poniamo di fronte alla esperienza di gratuità. La prima tentazione a cui deve far fronte Cristo è la stessa a cui risponderà Eva e cioè la necessità di mangiare senza fidarsi del Padre per sopravvivere. Mangiare disobbedendo sarà il primo atto di ribellione (Gn 3, 4). La creatura, in questo modo, non tollera di avere un limite e cioè il potere mangiare di ogni frutto tranne che dell’albero della conoscenza del bene e del male. In realtà l’obbedienza, cioè l’ascolto di Dio, è il primo nutrimento, non obbedendo infatti si muore. La creatura sente minacciata la sua sopravvivenza ed è questo inganno a procurare la morte. Muori perché non ti fidi più del Padre, non accetti che il cibo ti venga donato da qualcuno, sostituisci l’accogliere con il prendere e rubare. È la logica di possesso a stare dietro ad ogni morte.
            È l’ideale di perfezionismo, il Sii forte  e perfetto che ci portiamo dentro a garanzia della nostra vita e del nostro essere buoni. Rivendico la mia identità attraverso l’opera che realizzo. Questo ci fa vivere in competizione con gli altri, perché per affermarmi devo dimostrare che quello che ho fatto io è meglio di quello che ha fatto un altro! Ciascuno vuole essere percepito come Salvatore e questo ruolo gli da la percezione di essere OK. In questo senso facciamo dei nostri ruoli, luoghi di servizio o ministeri, il nostro cibo: il pane attraverso il quale affermarci/sfamarci.
Diverso è partire dal contemplare, arrivare in un luogo e contemplare l’opera di Dio, ciò che Lui ha già compiuto e che merita proseguo, ulteriore apporto in base al suo progetto. Gesù per trent’anni è rimasto in ascolto non ha fatto o detto alcunché, è rimasto ad ascoltare quanto l’umanità del suo tempo aveva colto del Padre suo, ha lasciato risuonare dentro quello che il contesto aveva imparato. Ha digiunato da parole ed opere prima di manifestarsi in parole ed opere. L’Evangelizzazione è frutto di un digiuno o è esuberanza di Ego/parole proprie?
         Agire in stato di emergenza, quali solutori dei problemi significa separare il Figlio dal Padre, fare dell’annuncio di Cristo un riscatto temporaneo, un’opera socio-educativa bellissima ma che non apre all’eternità. L’esperienza pasquale di cui il mondo abbisogna è un’altra cosa, è una Parola che libera nonostante si stia nella disperazione socio-economica, nonostante le disavventura della propria condizione (senza, con questo, volere banalizzare la terribile sofferenza di tanti che oggi si trovano in una precarietà estrema fino a cadere nella disperazione più totale).
           La manna che Israele riceve nel deserto è per un giorno proprio perché legata alla relazione con il Padre che si prende cura dell’intero popolo. I nostri progetti invece sono smisurati, frutto dell’ansia di affermazione: questo è il senso del volere cambiare le pietre in pane (prima tentazione), ciò che ha un limite in ciò che deve dare vita.
          Noi siamo soliti assumere un pensiero dicotomico mangiare cibo materiale e nutrirsi del cibo spirituale. In realtà nella Scrittura il cibo viene dato da Dio all’uomo ed è funzionale alla comunione con Lui. La Creazione mostrando tutto ciò che è creato e, perciò, benedetto da Dio, è segno della Sua presenza, è luogo di contemplazione.  
            La parola che esce dalla bocca di Dio è feconda e porta frutto come ci mostra Is 55. Eppure sovente l’Evangelizzazione assume i registri dell’intrattenimento, sono parole infeconde che portano al proprio Ego senza dare novità di vita alla persona che da questa parola viene attraversata. Interroghiamoci allora se la nostra azione pastorale è di rassicurazione o di fecondazione. Ciascuno di noi è generato dalla Parola a cui obbedisce. Ciò che ascolti ti trasforma, se sono le lusinghe il tuo nutrimento allora diventerai una persona bramosa di riconoscimenti, le oscillazioni umorali dipenderanno dai bonus ottenuti nella interazione con l’altro.
            Una grave ferita del nostro tempo è quella di sentire parole eluse dalla relazione, continui monologhi anche tra persone che vivono sotto lo stesso tetto: comunicazioni di servizio, imperativi categorici, rimproveri, svalutazioni, monologhi davanti la tv o il pc ove l’altro finge di ascoltare ma è da un’altra parte, è altrove. L’incontro è un evento raro oggi!
             Nel rapporto con il Padre ciascuno ha l’opportunità di scoprirsi figlio amato e, pertanto, chiamato ad accogliere l’amore ed a consegnarsi all’Amore. La Comunità deve venire fuori da una logica intersoggettiva ove ciascuno vorrebbe partire dal suo individualismo per condividere qualcosa con gli altri. La logica cristiana è di comunione e non intersoggettiva. L’unità è ben più dell’unione delle singole parti. La Comunione è un’esperienza di unicità ove ciascuno è colmo dell’altro ed al contempo si è consegnato all’altro. Non si tratta di fusionalità, nella Comunione ciascuno è riconosciuto persona in relazione con gli altri e proprio per questo unico Corpo.
           L’individualismo sembra reggere l’attivismo frenetico nella vita cristiana, il prezzo della Comunione invece è la lentezza, per aspettare l’altro.  Eppure la chiamata alla Comunione è l’unica cosa importante.
           Altro aspetto rilevante è che l’Evangelizzazione non può partire dall’alto, non può essere frutto di un’azione di autorità, di un pomposo programma pastoral-politico. È un’esperienza che abbisogna di umiltà, la Parola di Dio cade quale seme di cui nessuno si accorge e poi cresce con il suo tempo. L’Evangelizzazione dovrebbe, piuttosto, servire l’azione di Dio che normalmente è delicata e rispettosa dell’umano. Lui che continua a rivelarsi come “mormorio di vento leggero”, sussurro che arriva all’anima.
          Eppure la tentazione è proprio sull’autorità, sul potere di questo mondo, sulle logiche che prima o poi ti portano ai compromessi perché c’è sempre di mezzo un fine importante. Attenzione a non ragionare per finalità, non apparteniamo alla progenie del Machiavelli, il fine non giustifica i mezzi!
           La Comunità ha bisogno di recuperare una prospettiva escatologica, volta verso un compimento. Ora la meta verso cui tende ha già una premessa che è la Croce di Cristo, questo Evento è il centro della storia, anche di quella futura.
           Ricordo di un bravo parroco di un paesino del corleonese che vent’anni or sono nel mostrarmi la sua umile Chiesa parrocchiale mi diceva che non aveva mai accettato la proposta di cantieri scuola indetti dalla Regione. E mi spiegava che se da un lato la Chiesa ne avrebbe un oggettivo beneficio dall’altro avrebbe dovuto assecondare una logica illegale, e cioè vedere sparire buona parte dei soldi stanziati perché i capitolati di spesa, in quegli anni, erano palesemente gonfiati. Questo significa non accettare il compromesso anche se il fine potrebbe essere buono.
           Bene, a partire da questi spunti di riflessione è possibile iniziare a parlare delle periferie, dei luoghi in cui l’umanità viene emarginata ed isolata dal "mondo virtuale", cioè basato sull’illusione di controllare la propria ed altrui vita. L’abitare la periferia piuttosto diventa preziosa occasione per svelare l’autenticità dell’esistenza umana.

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