I muri non difendono

by Mauro 30. settembre 2018 14:21

     Recupero una affermazione di Carl Gustav Jung che mi sembra significativa per introdurre al tema di questa domenica: “Come l'individuo non è assolutamente un essere unico e separato dagli altri, ma è anche un essere sociale, così la psiche umana non è un fenomeno chiuso in sé e meramente individuale, ma è anche un fenomeno collettivo”.

     La logica dell'opposizione che trova espressione, in questi giorni, in ripetuti atti discriminatori tradisce un presupposto opposto e cioè la pretesa umana di autoaffermazione attraverso il dominio sull'altro.

      La pagina evangelica di questa domenica (Mc 9, 38-48) interpella la Comunità su quale senso dare ai confini e all'identità. Sappiamo bene che confini troppo rigidi determinano steccati invalicabili, rapporti di antagonismo fondati su giochi di potere, così come era la pax romana che garantiva, per paura dell'avversario, una tregua fra due guerre. In quel caso il confine non esprimeva reciproco riconoscimento o interazioni frutto di condivisione ma celava il desiderio di riscatto, la pretesa di ottenere vendetta al tempo opportuno.

      Altra cosa è l'identità a cui è chiamato il discepolo di Gesù, reso capace di testimonianza fino al dono della propria esistenza per l'altro e cioè per aiutarlo a trovare pienezza di vita.

      Il passo di oggi segue un episodio in cui gli apostoli avevano fatto esperienza della loro fragilità, cioè non erano riusciti a guarire un sofferente con la preghiera e, subito dopo, avevano cominciato a disquisire su chi tra loro fosse il più grande!

All'esperienza del limite era seguita la riflessione sul dominio quale riscatto da quella condizione ma, sappiamo bene, tale “soluzione” si oppone nettamente al messaggio evangelico. È ben altro l'insegnamento che Gesù sta trasmettendo ai suoi discepoli anche se, di fatto, trova la loro continua resistenza.

Solo dopo la Pasqua, in cui realizzeranno appieno di essere fragili e timorosi, scopriranno che c'è un modo ben differente di attraversare le prove della vita e lo riconosceranno vedendo il Maestro morire con tale fiducia e per amore dell'umanità che aveva di fronte. Lui si affiderà al Padre  fronteggiando, così, la pretesa onnipotenza dell'uomo che lo giudica fino a condannarlo a morte.

Lo scandalo a cui si riferisce Gesù, sta proprio nella contrapposizione all'agire di Dio mantenendo una mentalità che vorrebbe fare dell'uomo e della sua scienza un essere al pari di Dio (ma facendo a meno di Lui).

Ora troviamo i discepoli che reagiscono ad un uomo che opera in nome di Gesù ma non fa parte del loro gruppo. Secondo la loro mentalità non hanno alcun potere su di lui e questo lo rende temibile.

È una questione delicata, perchè la sequela implica un senso di appartenenza e questo è indispensabile per non essere individui autoreferenziali e cioè separati ma individui integri e, dunque, pienamente parte della Comunità da loro formata.

Lo scioglimento di ogni possibile confusione lo rintracciamo nell'episodio post pasquale quando Pietro, passando per la porta Bella del tempio, dirà ad un uomo storpio: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (At 3, 6).

Il discepolo che si riconosce povero e privo di altri appoggi può agire con autorevolezza. Siamo all'ora nona, l'ora in cui il Maestro ha manifestato la sua massima debolezza dalla Croce e, al contempo, il totale abbandono al Padre.

È la relazione filiale che viene mostrata ai discepoli quale forza della vita. Non si tratta certo di un potere magico o autoreferenziale ma di esperienza del limite che diventa occasione di totale consegna a Dio. Da allora in poi i discepoli combatteranno ma con le armi della fede e cioè con la logica della comunione e non dell'inimicizia.

Gesù spiega loro che perseguire il Bene significa uscire da ogni compromesso col Male, orientarsi in una direzione e lasciare perdere tutte le altre. Questo atteggiamento è rincuorato dall'amore, dalla relazione che nutre il cammino e cura le ferite procurate lungo la strada.

Troppo spesso la comunione nella Chiesa viene attentata quando si sposta lo sguardo verso chi la sta aggredendo, è fuorviante dialogare con l'insidia ed è prezioso mantenere il dialogo aperto partendo dalla propria esperienza di riconciliazione.

La rottura di ogni inimicizia è opera dell'amore donato pienamente dalla Croce. L'essere umano, da allora, è capace di comunione con Dio e col prossimo non a motivo delle sue opere o dei meriti ottenuti ma del dono ricevuto da Dio.

Il passo evangelico, allora, in modo paradossale esorta a tagliare tutto quel che ancora potrebbe essere di scandalo e cioè di opposizione a questa logica comunionale. Si pensi alle tante argomentazioni che, ai nostri giorni, portano alla esclusione dell'altro e alla emarginazione sociale come nel caso della discriminazione raziale o economica di interi popoli o ceti ritenuti, da alcuni, come “inferiori”.

Sulla Croce troveremo Gesù donare tutto il suo corpo, tagliare via tutto per impedire ogni ostacolo e contrapposizione: se Dio si è chinato facendosi prossimo dell'umanità maggiormente smarrita, allora non avrà alcun senso mantere distanza o costruire muri di separazione. L'umanità di tutti i tempi e di ogni luogo è definitivamente riconciliata, chi accoglierà il dono scoprirà che anche il Cielo e la terra sono capaci di una nuova comunione.

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